“L’amore fraterno ha segnato la vita di don Beotti”

È stato beatificato nella Cattedrale di Piacenza il sacerdote piacentino ucciso dai nazisti nel 1944. L’omelia del cardinal Semeraro

“Sia stabile fra voi l’amore fraterno e non dimenticate l’ospitalità”: queste parole di Sant’Agostino, ricordate dal cardinal Marcello Semeraro, hanno guidato la vita e l’opera di don Giuseppe Beotti, proclamato beato a Piacenza nel pomeriggio di sabato 30 settembre alla messa in Cattedrale presieduta dal Porporato, Prefetto del Dicastero vaticano delle Cause dei Santi.

Parole che hanno accompagnato il sacerdote nato a Campremoldo di Gragnano nel 1912 nell’aiutare e accogliere soldati in fuga, ebrei, persone bisognose, come il seminarista Italo Subacchi e don Francesco Delnevo, uccisi con lui dai nazisti il 20 luglio 1944 a Sidolo nel Comune di Bardi. Il significato dei gesti compiuti da don Beotti appare chiaro in un’affermazione di San Giovanni Crisostomo, citata sempre dal cardinal Semeraro: “Quando vedi un povero, fa’ conto di vedere un altare e così ti procurerai la misericordia divina”.

Durante il rito sono intervenuti il vescovo mons. Adriano Cevolotto, che ha espresso il grazie della comunità piacentina per la beatificazione (“è un dono e una responsabilità”), e il postulatore mons. Massimo Cassola che ha tracciato il profilo biografico di don Beotti. Ha concelebrato anche il Vescovo emerito Mons. Gianni Ambrosio che negli scorsi anni ha seguito da vicino il processo di beatificazione.

 La data della celebrazione annuale della memoria liturgica del nuovo Beato è il giorno in cui è avvenuta la sua morte, il 20 luglio.

Le reliquie, collocate in un’urna realizzata dall’artista Mario Branca, sono state portate all’altare a spalla da quattro giovani sacerdoti: don Giuseppe Porcari, don Simone Tosetti, don Roberto Ponzini e don Omar Bonini. Ha animato la celebrazione, coordinata dal cerimoniere vescovile Dario Carini, il coro della Cattedrale diretto da Matteo Cè ed Elisa Dal Corso.

Al termine, una reliquia del nuovo beato è stata consegnata ai moderatori delle 38 Comunità pastorali in cui è articolato il territorio della diocesi.

L’urna delle reliquie giungerà a Gragnano, paese d’origine di don Beotti, domenica 1° ottobre alla messa presieduta dal Vescovo. La celebrazione avrà inizio alle ore 15.30 in piazza della Pace; seguirà la processione fino al sagrato della chiesa dove si svolgerà la messa.

Innamorato della fraternità universale. L’omelia del cardinal Semeraro

Qui di seguito l’omelia del cardinal Semeraro alla beatificazione di Don Giuseppe Beotti, martire.

Il versetto di un salmo dice: «Una cosa Dio ha detto, due ne ho udite» (62,12). Anche noi, oggi, dall’unica Parola che è stata proclamata possiamo cogliere alcune scintille che ci aiutano a comprendere la storia di salvezza scritta dal Signore nella vicenda di martirio del beato don Giuseppe Beotti.

C’è anzitutto l’insistenza dell’Apostolo nell’affermare che nulla potrà separarci dall’amore di Cristo e che la nostra vittoria sulle forze che vorrebbero distaccarcene è dovuto alla grazia di Lui, che ci ha amato (cf. Rm 8,35-39). Quel paolino «siamo più che vincitori», che abbiamo ascoltato dalla seconda Lettura, da un esegeta (B. Standaert) è stato tradotto così: stravinciamo! E noi c’immaginiamo l’entusiasmo di san Paolo, che s’inventa questo verbo facendolo scaturire dalla sua personale esperienza dell’amore di Cristo. Se ne è sentito avvolto, salvato, «rapito fino al terzo cielo» (2Cor 12,3).

Normalmente, carissimi, noi mettiamo in luce il nostro dovere di amare Cristo ed è bello e giusto. Qui, però, si vuol dire che il valore più grande e decisivo è che Cristo ci ama e che in questo suo amore per noi dobbiamo depositare la nostra fiducia, anzi la nostra certezza nella vittoria. L’altra scintilla che scaturisce dall’unica Parola di Dio è l’affermazione, quattro volte ripetuta, del dare la vita. Il Pastore evangelico non dà solo il pascolo al suo gregge, ma offre se stesso come cibo. Anche qui, tutto è sospeso all’amore: il Padre mi ama, dice Gesù. Capiamo che pure nel martirio di don Giuseppe Beotti tutto è legato all’amore, tutto è comprensibile nell’amore.

In un documento, conservato nell’Archivio di questa Curia Vescovile di Piacenza e prodotto nel processo canonico per la beatificazione e dichiarazione di martirio, è scritto che presentandosi alla comunità parrocchiale che gli era stata affidata, il 21 gennaio 1940 don Beotti commentò nell’omelia proprio il brano del buon pastore che è stato appena proclamato. Si legge pure che, attribuendola a sant’Agostino, sulla sua casa fece scrivere la frase Fraternitatis amor in domo mea semper (cf. Relazione di don Emilio Silva, in Positio super martyrio, p. 246). A dire il vero, questa espressione – pur bella e importante per entrare nell’animo del nostro Beato – non l’ho trovata nelle opere di Agostino; ce n’è, però, un’altra, che si adatta meravigliosamente alla testimonianza di santità che ci giunge da questo giovane sacerdote. Agostino la trae dalla Lettera agli Ebrei e la inserisce in un’opera che, giunto al termine della vita, intendeva e presentava come uno specchio, dove ciascuno può guardarsi per vedere quanto cammino abbia fatto nella santità della vita e delle opere buone. Dice così: «Sia stabile fra voi l’amore fraterno e non dimenticate l’ospitalità. Per essa alcuni piacquero a Dio e ricevettero come ospiti gli stessi angeli. Ricordatevi dei carcerati, considerandovi anche voi in carcere come loro, e dei sofferenti, essendo anche voi rivestiti di un corpo mortale» (Speculum de Epist. ad Hebr.: PL 34,1028).

Al riguardo, possiamo senz’altro affermare che l’atto più eroico di don Beotti e forse pure tra le cause decisive del martirio fu la sua carità pastorale verso gli ebrei, di cui molti provenienti dalla Jugoslavia. In questo egli non si nascose. Il fatto, peraltro, era una cosa ben nota all’autorità nazifascista. Il nostro Beato si impegnò per proteggerli e salvarli dalla persecuzione, aiutandoli a fuggire in Svizzera. Sappiamo che per i nazisti, il semplice fatto di dare ospitalità agli ebrei era considerato come un crimine punibile con la pena di morte. In Polonia, nello stesso periodo, abbiamo l’esempio luminoso degli sposi Josef e Wiktoria Ulma, uccisi dai nazisti il 24 marzo 1944 con gli 8 ebrei che avevano nascosti e con i loro sette bambini, l’ultimo dei quali venuto alla luce dal grembo materno proprio in quelle drammatiche vicende. Anche di loro, lo scorso 10 settembre ho avuto la grazia di procedere, a nome del Santo Padre, al rito di beatificazione. Dopo venti giorni, ecco che la Chiesa ha un altro beato che ha praticato l’ospitalità ed ha aiutato chi era maltrattato quasi fosse suo compagno di patimenti (cf. Ebr 13,2-3).

La carità pastorale di don Giuseppe Beotti, però, è più che in singoli gesti. Fu una scelta di vita. Di lui si diceva che «aveva le “tasche buche” nel senso che dava ai poveri tutto quello che aveva» (cf. Positio, cit., Summarium testium, p. 133). La cosa era conosciuta sicché «i suoi parrocchiani e anche i parroci vicini, pur sapendo che aveva le mani buche, lo aiutavano…» (Positio cit. Summarium document., p. 247). La povertà, l’aveva sperimentata in famiglia. Ricordava il card. Ersilio Tonini: «Veniva da famiglia povera. Il piccolo Giuseppe, durante la vacanze estive in famiglia, avvicinava direttamente alcune famiglie della parrocchia per racimolare qualche offerta con cui alleggerire la quota mensile che gravava pesantemente sul bilancio familiare» (Positio, cit., Summarium testium, p. 178). Don Beotti seppe però trasformare la sua povertà in ricchezza di dono, specialmente per chi alla povertà univa altri gravi disagi.

C’è, poi, anche la carità nascosta, conosciuta soltanto dai famigliari e da alcuni intimi. Si ricorda, ad esempio, un episodio accaduto dopo l’8 settembre 1943 quand’era sul treno Parma-Piacenza: per aiutare un soldato ancora nella sua divisa da alpino, profittando del fatto di essere coperto dalla veste talare don Beotti gli fece dono dei suoi pantaloni e fece cambio delle scarpe usando quelle da alpino (cf. Positio cit. Summarium document., p. 246). Anche la vicenda martiriale è preceduta da un atto di carità: «Lui povero aveva accolto in casa un chierico, Italo Subacchi, orfano di padre e di madre che aveva dovuto abbandonare il Seminario di Parma per il pericolo dei bombardamenti aerei e non avendo parenti stretti, aveva trovato ospitalità presso di lui. Nel momento del pericolo era accorso a lui anche il confratello don Francesco Delnevo…» (Positio cit. Summarium document., p. 247).

Quanto alla causa immediata del martirio, le testimonianze addotte ci permettono di dire che sembra essere stata la distribuzione del pane, sul sagrato dalla Chiesa, fatta a diverse persone che ne facevano richiesta, la mattina del 20 luglio: gesto che i nazisti videro da lontano con il binocolo e da cui materialmente si sviluppò il dramma. A me pare che in questo ci sia del valore simbolico: l’unità tra esercizio del sacro ministero nella divina liturgia e impegno quotidiano della vita. Fin dalla Chiesa antica, difatti, la condivisione dei beni e la raccolta delle offerta a favore dei bisognosi sono strettamente unite all’anamnesi del sacrificio di Cristo (cf. Giustino, Apologia I 67, 1.6: PG 6, 429). San Giovanni Crisostomo esortava: «Quando vedi un povero fa’ conto di vedere un altare e così ti procurerai la misericordia divina» (cf. Hom. in II ad Cor. XX, 3: PG 61, 540). Allenandosi in questo tipo di doni il Beato Giuseppe Beotti è giunto a fare, come Cristo Pastore, il dono della propria vita. Forte della grazia di Cristo egli è stato vincitore sulla tribolazione, l’angoscia e la persecuzione e oggi, nella Santa Chiesa, la sua luce sorge come un’aurora (cf. Is 58, 8).

Cattedrale di Piacenza, 30 settembre 2023

Marcello Card. Semeraro

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